Democrazia Diretta

Questi fotogrammi li ho estratti da un documentario ("I granai del popolo" dell'archivio Luce http://www.archivioluce.com/archivio/jsp/schede/videoPlayer.jsp?tipologia=&id=&physDoc=4254&db=cinematograficoDOCUMENTARI&findIt=false&low&section=/)
girato all'indomani della formazione del primo vero governo dell'Italia liberata, ovvero il secondo governo Badoglio, qualche mese dopo la caduta del fascismo. A quel governo parteciparono, per la prima volta dopo il ventennio, i disciolti partiti antifascisti. Ogni parte di queste foto è, a mio avviso, ben studiata e profondamente pensata prima di arrivare nei pochi cinema dell'Italia liberata (il Nord restava da liberare ed era in atto la Resistenza armata al nazifascismo). Cosa noto in queste foto:
Prima di tutto il documentario non è stato girato dentro un municipio (esautorati dalla democrazia e non più credibili), ma fuori in mezzo ad un'aia o una piazza con intorno immagini di luoghi in costruzione, pezzi di mobili accumulati in un angolo; si vede addirittura una gallina razzolare, una delle persone attorno al tavolo è seduta su quella che sembra una botte. C'è un signore con un bambino in braccio, quello seduto sulla botte è una persona anziana, c'è un altro anziano, sempre accanto al prete, ma anche uno che sembra un nuovo leader a capotavola, due signori vestiti bene e il prete all'altro capo della tavola e poi il carabiniere con la sua cartella sul tavolo. Non c'è una donna. I bicchieri d'acqua segno di una seduta non breve. Lavoratori, cittadini di un'Italia ideale, ma concreta, vicina alla realtà, povera certo, ma orgogliosamente libera e creativa.
Il significato è chiaro, si stava costruendo qualcosa di nuovo, di nettamente e radicalmente diverso dal passato fascista. Dovevano mostrare agli americani e all'Europa intera un nuovo modello di governo locale per "far vedere" cosa sapevano fare i democratici della prima zona che gli alleati liberavano. Quello che cattolici, antichi liberali e giovani azionisti, comunisti e socialisti mostravano era idealmente vicino a quello che i loro sogni ideologici volevano costruire. Un modo come dire: si riparte da qui!
Quell'inizio e quello spirito, non lo ritroveremo mai più.

lunedì 26 aprile 2010




Una storia dimenticata ricostruita a ricordo di mio padre

di Peppino Curcio



Per un figlio è difficile scrivere del proprio padre senza incorrere nella retorica e nell’autocelebrazione.
Cesare Curcio fu un comunista.
Quando pronuncio questa parola ho come l’impressione che da questo rigo in poi le persone che continuano a leggere siano poche. Come se la Storia dei comunisti fosse una storia marginale e solo di una parte politica, che riguarda “loro” e non il resto dei cittadini.
La microstoria che voglio raccontare per ricordare mio padre, invece, riguarda tutti. Riguarda il sentimento di democrazia di un popolo e di una città. Riguarda sorpattutto la fine vera del fascismo, non quella delle date sui libri di storia, ma quella che si legge nel sentimento della gente, nel sentire di una comunità.
Nelle righe del racconto che segue, ricostruito a fatica attraverso i ricordi diretti dei protagonisti ancora in vita (1), vorrei riuscire a comunicare non solo un pezzo di Storia di una parte politica. Vorrei che la celebrazione dei 100 anni dalla nascita di Cesare Curcio sia ricordata da tutti quelli che amano la democrazia e la libertà.
L’immediato dopoguerra è un periodo colmo di conflitti certamente laceranti e che hanno diviso profondamente gli animi e le coscienze. Credo sia necessario guardare con distacco a questi eventi che sono, nel bene e nel male, alla base del nostro senso civico e che hanno costituito le fondamenta della nostra democrazia.
La storia comincia alla fine di settembre del 1944 a Camigliatello, in Sila, quando gli americani con le loro enormi macchine “affettavano” o sradicavano i nostri grandi pini per prenderseli come bottino di guerra.
Il Nord Italia era in guerra. Cassino era caduta da qualche mese e le armate tedesche si attestavano sulla linea gotica dell’Appennino tosco emiliano. L’Italia liberata era governata dal governo Badoglio formato dai rappresentanti di tutti i partiti, comunisti compresi. In quel Governo c’erano due ministri cosentini, Fausto Gullo e Pietro Mancini.
Un gruppo di 14 operai forestali della Presila, che lavoravano per gli americani nei cantieri forestali di Camigliatello, chiese degli impermeabili per proteggersi dalle intemperie. A quel tempo la guerra aveva completamente impoverito quei lavoratori e anche l’acquisto di un impermeabile era proibitivo. Gli americani promisero la fornitura di questi indumenti, ma il tempo passava, il freddo e la pioggia della Sila non davano tregua e le promesse non riscaldano. I 14 uomini decisero spontaneamente di non recarsi al lavoro, per protesta. Ne discussero tra loro in uno dei vagoni di quei lunghi treni che portavano questi lavoratori dai paesini della Presila fino in Sila .
Non tennero conto delle possibili conseguenze per quella che era, forse, una delle prime proteste operaie dell’Italia liberata. Lo sciopero non era ancora contemplato come un diritto e nemmeno la protesta.
Gli operai vennero quasi tutti individuati dai soldati americani nelle vie di Camigliatello e della vicina Moccone e costretti a salire su una loro camionetta. Li arrestarono tutti, tranne due. Furono rinchiusi in un seminterrato di una baracca di legno che fungeva da caserma dei carabinieri. La sorveglianza non era stretta tanto che togliendo le tavole di legno male inchiodate potevano uscire durante la notte senza chiedere permesso. Ma non fuggirono, si fidavano.
La mattina successiva gli operai furono interrogati brevemente dal Comando Alleato e, subito dopo, nella stessa mattinata furono trasportati nel carcere di Colle Triglio a Cosenza.
Lì rimasero un mese in attesa del processo. Sotto le finestre del carcere ci furono delle manifestazioni per protestare contro questi arresti ingiustificati che tradivano lo spirito del tempo e contraddicevano il percorso che si era avviato per portare l’Italia verso un regime democratico. Il 30 ottobre del 1944 si tenne il processo. Luigi Gullo difese gli operai con un’arringa memorabile. Ma a nulla valse. Il giudice condannò quegli operai.
Mio padre era un semplice spettatore. Nell’udire la sentenza ebbe un moto di rabbia e, mentre il pubblico abbandonava l’aula del processo, ad alta voce disse:
“Questa Corte è ancora fascista, operai che protestano per i loro diritti non possono essere condannati”(2)
All’udire questa frase il giudice gridò verso il pubblico: “Chi è stato a parlare”.
Mio padre, spontaneamente, alzò subito la mano e avvicinandosi alla Corte disse: ”Sono stato io”. Quel giudice incrociò lo sguardo di mio padre e lo riconobbe.
Uno degli operai arrestati, allora diciassettenne, colse il dialogo tra i due.
“Ancora tu” disse il magistrato,
Mio padre annuì e mostrò sprezzante le cicatrici sulle sue dita che gli erano rimaste a ricordo delle torture subite nel maggio del 1932.
Quel giudice, probabilmente, era lo stesso magistrasto (forse il Procuratore del Regno - attuale Pubblico Ministero) che faceva parte della Commissione per il Confino e che giudicò mio padre insieme con altri 70 antifascisti dopo che alcuni di loro furono torturati.
Per quella condanna mio padre perse il suo lavoro di meccanico della sua officina per camion. Nel 1933 insieme a mio padre furono torturati nello stesso momento Gennaro Sarcone e Francesco Sicilia di Rogliano, Antonio Sicoli di Celico, Aladino Burza di Cosenza e Eduardo Zumpano di Spezzano Piccolo (3) (vi furono altri torturati, ma di questi non si hanno fonti certe ma solo racconti tramandati oralmente). Scudisci, bracieri ardenti, tenaglie, e ganci sul soffitto erano gli strumenti delle torture oltre alle privazioni dei bisogni elementari come quelle del sonno e dell’acqua.
Estorsero loro, dopo dieci giorni di durissimi supplizi, gli altri nomi. I fascisti vollero sapere dove erano nascosti il materiale propagandistico, una bandiera rossa, un ciclostile, le macchine da scrivere, i libri, insomma, in due parole, le loro idee.
Il giudice si sentì offeso e oltraggiato, ma tentennò ad iniziare un processo per direttissima. Luigi Gullo intervenne nel dialogo tra mio padre e il giudice e riuscì a convincere il magistrato a rinviare il processo al giorno dopo.
Ma di nuovo intervenne mio padre: “Adesso voglio essere giudicato, subito”, disse.
E così avvenne. Fu condannato per direttissima a ben un anno di reclusione.
La notizia si diffuse immediatamente. Le littorine che da Cosenza tornavano in Presila portavano la notizia. C’era incredulità.
Un mio parente, vicino di casa, fu visto piangere disperato perché toccava a lui portare la notizia ai genitori di quell’unico figlio, e a quella povera e numerosa famiglia (oltre ai genitori Cesare Curcio viveva insieme ad una zia e a cinque cugini) tormentata dal fascismo e in quei giorni felice di poter professare in libertà le proprie idee politiche.
Poi la rabbia montò. Era una piovosa e fredda giornata d’autunno, nel tardo pomeriggio, quando tutti tornarono dal lavoro, ebbero appena il tempo di passarsi la voce. Tutti a Cosenza davanti a Colle Triglio.
Di notte, sotto la pioggia, avvolti da scuri mantelli neri, al canto cupo di “Fischia il Vento”, la canzone dei partigiani, con in testa le bandiere rosse dei rinati partiti, migliaia di persone scesero a piedi fino in città da ogni paese della Presila, e si unirono alle migliaia di persone che erano già a Cosenza provenienti dal resto dell’Interland e dalla città.
Testimoni oculari ricordano che la piazza antistante l’allora Palazzo di Giustizia di Colle Triglio era piena di gente anche Corso Plebiscito e le due strade laterali che discendono dal Colle erano colme. Cosenza non aveva mai visto prima di allora una manifestazione spontanea così grande.
La gente premeva alle porte del carcere. Volevano liberarlo. Mio padre all’interno della cella si rese conto della gravità della situazione. Udiva le grida e aveva capito che i militari di guardia si preparavano a ricevere quella folla con le armi spianate. Gridò a sua volta all’indirizzo della direzione del carcere. “Fatemi parlare con loro, li calmo io” gridò molte volte. Alla fine lo accontentarono e poté parlare.
L’On. Gino Picciotto, suo compagno di partito, ricorda lucidamente quest’episodio che riportò su un giornale dell’epoca al momento della sua morte.
Mio padre disse a tutti un’amara bugia: “Tornate a casa, non vi preoccupate tanto domani mi liberano”. Obbedirono e solo così Cosenza non ebbe bisogno di ricordare quella notte. Non ci furono morti, né feriti.
Cesare Curcio scontò, invece, otto mesi di galera. Tanti quanti ne scontò al confino di Ponza, ma quello non era un atto persecutorio, era una vacanza, come ha detto qualche tempo fa il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Il carcere fascista invece lo aveva vissuto altre sei volte prima di allora:
1. 8 giorni nel 1926 (nel carcere di Spezzano Sila) per attività clandestina, fu arrestato insieme a Fausto Gullo, Luigi Prato e altri; questi ultimi inviati anch’essi in villeggiatura a Nuoro;
2. 32 giorni nel 1928 (nelle carceri di Cosenza) per aver distribuito stampa clandestina;
3. 8 giorni nel 1930 (sempre a Colle Triglio) perché si sposava il Principe Umberto (grazie Sire, ce ne ricorderemo);
4. 60 giorni nel 1932 (prima di essere inviato al confino) compreso anche un periodo di convalescenza passata in ospedale per guarire dalle ferite;
5. 3 mesi nel 1936 (forse nel carcere di Poggioreale a Napoli) per aver presenziato una riunione clandestina di contadini che in seguito fecero, come lui stesso ricorda, “la più grande manifestazione sotto il Fascismo per l’occupazione delle terre”;
6. 42 giorni nel 1938, perché erano apparse delle scritte su alcuni muri di Serrapedace (“Abbasso il Fascismo” e falce e martello) e fu ritenuto il mandante, condannato per “sospetto di rottura d’Ammonizione”.
Se si sommano tutti i periodi di carcere non si arriva ad otto mesi. L’antifascista Cesare Curcio per aver commesso il reato di manifestare le proprie idee, passò più tempo nelle galere del neonato stato democratico che non sotto il fascismo.
Il giorno successivo, primo novembre del 1944, si riunì il Comitato di Liberazione Nazionale e protestò formalmente per gli arresti di quegli operai (4) e per quello di mio padre, fu indetta anche una manifestazione dentro ad un cinema per il giorno successivo, ma a nulla valse . Probabilmente (non si hanno notizie certe al riguardo) in quella occasione le due anime del PCI si scontrarono duramente: l’anima rivoluzionaria e ribellista (con alla testa Natino Lacamera che era il membro del PCI nel CLN di Cosenza) voleva agire con un atto di forza. L’anima democratica capiva la delicatezza del momento e voleva calmare gli animi, come esemplarmente fece mio padre, e accettare la decisione della magistratura di uno Stato nascente di cui comunque, nel bene e nel male, i comunisti erano una componente.
Una canzone dialettale dedicata a mio padre ha colto quel momento in una strofa:

No pecchì ca simu forti
Aperiamu chille porte
Ppe la favuce e llu martiellu
Lli ccè gire llu cerviellu

Eravamo forti e potevamo aprire le porte del carcere, ma gli ideali della falce e martello erano ormai altri non più quelli della rivoluzione violenta.
Mio padre passò otto lunghi mesi al secondo piano dell’attuale Palazzo Arnone.
A nulla valsero gli interventi del suo amico e compagno Ministro Fausto Gullo e probabilmente anche gli interventi di Pietro Mancini. Uscì dopo la lunga detenzione, probabilmente, in seguito all’intervento di Palmiro Togliatti, Ministro della Giustizia del Governo Parri.
Quando uscì dalla galera da lì a poco ci fu uno dei primi congressi del PCI che si teneva nell’attuale Cinema Modernissimo (allora Supercinema). Al tavolo della presidenza c’era Pietro Secchia in rappresentanza della Segreteria nazionale del PCI. Mio padre entrò come tutti da una porta laterale mentre iniziavano gli interventi.
Subito lo riconobbero e tutti, istintivamente, senza alcun annuncio dal palco degli oratori, si alzarono in piedi e lo applaudirono a lungo.

(1) Dai racconti di Silvio Lecce già Sindaco di Spezzano Sila e Salvatore Cava pedacese, oggi emigrato a Milano. (Pedace, estate 2004)
(2) Questa frase è quella che ricorda mio padre nelle sue memorie. (Fondo Cesare Curcio, Atti della mostra documentaria su “Antifascismo e lotta dei contadini per la terra in Presila”, Pedace, 2004)
(3) Fondo Cesare Curcio, Atti della Commissione per l’Epurazione.
(4) Fondo Cesare Curcio, Dai Verbali del CLN della Provincia di Cosenza.

lunedì 25 maggio 2009

Catena, Trenta 25 Aprile 2009

L’Auser di Cosenza inizia in Presila la sua attività con la festa del 25 Aprile e recuperando una struttura del comune di Trenta in località Catena.

Una volta la strada passava di là e faceva due curve a gomito, è la prima cosa che si nota venendo alla festa del 25 aprile. Poi le insolite bandiere arancioni dell’Auser, ma appena arrivati il canto di “Bella ciao” (quello roccheggiante) ha subito reso conforme alle attese la giornata che ricorda la liberazione dal nazifascismo.

La mattina i giochi dei bimbi e dei ragazzi sono stati i protagonisti. L’associazione C-Siamo di Trenta, coinvolta nell’iniziativa ha animato la giornata collaborando alla riuscita della manifestazione, tante anche le presenze per una delle poche feste in provincia di Cosenza che si sono svolte per ricordare questa giornata.

I volontari dell’Auser (che abbiamo scoperto non essere solo anziani) si sono dati molto da fare per realizzare questa splendida giornata. Già da una settimana hanno tagliato l’erba degli spazi all’aperto, sistemato lo spazio al chiuso che l’amministarzione ha loro dato in gestione e hanno preparato le griglie per preparare le salsicce arrostite.

Poi è venuto il momento dei ricordi e delle testimonianze. Ha moderato gli interventi Luigi Ferraro, responsabile dell’Auser e curatore della manifestazione. Ogni intervento è stato intervallato dalla recita di poesie sui temi della Resistenza e della Libertà.

Ha iniziato il vicesindaco di Trenta che ha sottolineato quanto questa amministrazione dia importanza al ruolo delle associazioni e ha messo in risalto il ruolo che il CSV sta avendo per la loro valorizzazione.

La testimonianza del responsabile dell’Istituto Calabrese per Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea (ICSAIC), Leonardo Falbo, citando Calamandrei, ha spiegato la differenza tra Resistenza breve (quella armata contro il nazifascismo) e resistenza lunga (quella clandestina e antifascista) e di quanto, nonostante la Calabria fosse stata già liberata dagli angloamericani dal 25 luglio 1943, i calabresi hanno contribuito alla resistenza armata nel nord Italia e negli altri luoghi dove si svolsero le imprese più importanti della lotta partigiana. Ha infine ricordato chi nomi dei soldati della Presila morti a Cefalonia, i partigiani trucidati alle Fosse Ardeatine o deportati a Mathausen.

Ha proseguito Peppino Curcio mostrando l’indice del fondo Cesare Curcio riordinato dall’Archivio di Stato di Cosenza e l’importanza di questi documenti: rappresentano il momento della nascita della democrazia nella provincia di Cosenza. Ha poi ricordato anche Raffaele Carravetta di Trenta uno dei pochi antifascisti cosentini perseguitati dal Tribunale Speciale fascista.

Poi il ricercatore universitario Oscar Greco ha messo in luce la rilevanza rivoluzionaria dei decreti Gullo e il ruolo dei contadini nella creazione del nostro Stato Democratico.

Infine Giovanbattista Giudiceandrea ha ricordato alcuni eventi dell’antifascismo in Presila e ha attualizzato il messaggio positivo che la Resistenza ha consegnato a tutti noi.

il mio intervento

Presentazione del Fondo Cesare Curcio

recentemente riordinato a cura dell’Archivio di Stato di Cosenza,

in occasione della Festa della Liberazione il 25 aprile del 2009 a Catena di Trenta

 

 

Quando cinque anni fa, nel 2004, trovai le carte che oggi sono state riordinate dall’Archivio di Stato (che non ho modo di ringraziare) ebbi un vero sussulto di emozioni. Ho subito capito la rilevanza dei documenti che mi trovavo davanti e feci due atti che mi sembrarono naturali e conseguenti.

  • Segnalai alla Soprintendenza ai beni archivistici di Reggio Calabria l’esistenza del fondo;
  • presentai pubblicamente parte di quelle carte innanzitutto ai cittadini di Pedace.

 

Il luogo dove scelsi di esporre quei documenti è stato il convento di San Francesco di Paola a Pedace esattamente nella stessa stanza dove settantadue anni prima (nel 1932) vennero nascosti i documenti (una bandiera rossa, appunti di sottoscrizioni di fondi per attività clandestine, libri, giornali clandestini, ecc.) che costarono la persecuzione a mio padre e agli antifascisti presilani e cosentini.

 

Le carte ritrovate contengono soprattutto riferimenti all’attività politica dell’immediato dopoguerra, in particolare a quel delicatissimo momento politico che va dal 25 luglio del 1943, ovvero, dalla caduta del fascismo al 1947. Ovvero gli anni della nascita della democrazia non solo in Italia (e prima in Italia) ma in tutta Europa.

 

Quando si parla di Liberazione, di Resistenza e di 25 aprile si è soliti far riferimento al limitato periodo che va dal 25 luglio del 43, al 25 aprile del 1945. In realtà è solo un luogo comune, la gran parte degli studiosi e storici concordano nel ritenere che la cosiddetta Resistenza (alcuni la chiamano Resistenza lunga) abbracci anche il periodo dell’antifascismo e che quindi coinvolga anche l’attività antifascista fin dall’insediamento del regime fascista, ovvero dal 1922.

 

Se così è, il contributo che dettero i Resistenti, Partigiani o Antifascisti calabresi e cosentini in particolare fu triplice. I primi due contributi sono comuni al resto dell’Italia, il terzo è un contributo che rigurdò solo l’Italia meridionale e in questo contesto Cosenza e i Casali ebbero un ruolo non piccolo di cui le mie “carte” danno ampia testimonianza, d’altronde Cosenza espresse ben 4 ministri nei secondo e terzo Governo Badoglio (Mancini, Quintieri, Gullo e Cassiani come sottosegretario) in particolare:

 

Il primo contributo è quello dei calabresi che divennero partigiani e combatterono, armi in pugno, contro il nazifascismo. Di loro, in questi ultimi anni, soprattutto ad opera dell’ICSAIC, ma anche di registi e scrittori abbiamo appreso molte cose delle loro vicende personali e politiche. Nella sola Presila decine furono i partigiani protagonisti di azioni di guerra contro le truppe naziste e fasciste in centro e in alta Italia.

 

Il secondo contributo alla lotta antifascista è quello che va dal 1922 al 1943. Questa attività concorse a mantenere viva la fiaccola della libertà per vent’anni, attraverso l’attività, occulta o meno, di diverse organizzazioni politiche, ma anche semplici cittadini, più o meno clandestine. Ricordiamo (a solo titolo di esempio della complessità delle organizzazioni antifasciste e della capacità di svolgere politica attiva tra la gente e di attirare il loro consenso nonostante un regime oppressivo cercava di impedirlo) la vicenda dell’ospitalità data al ricercato Pietro Ingrao (ricercato sia a Milano che a Roma) nei primi mesi del 1943. La vicenda di Pietro Ingrao (futuro Presidente della Camera dei Deputati durante gli anni di piombo del rapimento Moro) è la testimonianza del legame degli antifascisti con la gente e la capillarità della organizzazione clandestina impermeabile al regime fascista. Nelle campagne di Pedace, si organizzavano riunioni clandestine, praticamente quasi alla luce del sole, nonostante non c’era alcun sentore dell’imminente caduta del regime, anzi le incerte sorti della guerra avevano acuito i controlli polizieschi verso gli antifascisti, come nel caso dello stesso Ingrao.

Ma ci sono anche episodi piccoli, ma significativi e misconosciuti, come la canzone richiesta, imposta, dal quadrunviro Michele Bianchi al suo compagno di liceo Michele De Marco, alias Ciardullo, che avrebbe dovuto dedicarla alla gloria del regime e che si è trasformata nella goliardica e casereccia: “chissa Sila tutta norra chi n’addure dde jinorra. Tachitapullallero, tachitapullallallà”. Ricordiamo anche la poesia dello stesso De Marco quando il regime chiese di contribuire a dare oro alla Patria: “io c’ alle scarpe un tiegnu mancu tacce, tu cierchi l’oru e te rivuolgi a mie”.

 

E di questa capillare rete di relazioni ne è testimonianza il fondo Cesare Curcio. È testimonianza del terzo tipo di contributo che la Calabria e la provincia di Cosenza hanno dato alla costruzione del nostro stato democratico. Questo contributo è quello più complesso e forse il meno studiato, quello che va dalla caduta del fascismo alla fine della lotta armata antifascista. Sto parlando dei momenti in cui venne decisa l’istituzione di un’Assemblea Costituente, ovvero di dar vita a uno Stato Nuovo che ponesse fine, in maniera democratica, e quindi consensuale, all’esperienza monarchica.

Fu in quei giorni che si affermò l’idea che il nuovo Stato doveva avere delle solide basi di consenso tra i cittadini, prima fra tutti dei contadini del Sud che con l’esperienza dei regimi monarchici avevano avuto soltanto delle grandi delusioni ed imbrogli, prima ad opera dei Borboni poi ad opera dei Piemontesi e infine dei fascisti che lasciarono immutate le loro condizioni e negati i loro diritti. La questione ultracentenaria degli usi civici delle terre, silane in particolare, diventava, un metro, uno scoglio, una “condizio sine qua non” o veniva affrontato e risolto a favore dei contadini o per i contadini il nuovo Stato sarebbe diventato la solita minestra indigeribile.

Puntualmente le occupazioni delle terre ricominciarono e non trovarono muri di gomma ma ascolto, comprensione leggi adeguate e rivoluzionarie, come lo furono i decreti Gullo. E dico rivoluzionarie non a caso ma citando eminenti storici come l’anglo fiorentino Paul Ginsborg  che li considera come l’unico vero elemento innovativo, riformatore e rivoluzionario dell’allora stato nascente.

 

Fausto Gullo, permettetemi questa digressione personale, non finirà mai di stupirmi per la profondità dei suoi ragionamenti e per l’acume dei suoi discorsi e delle sue analisi. Se esistesse un metro per misurare quanto fosse comunista credo che da un lato segnerebbe 100 per il suo spirito di fedeltà all’organizzazione, ma se l’altra parte del metro potesse misurare l’adesione a un’idea di comunismo che toglie le libertà e afferma la dittatura del proletariato la misura sarebbe certamente zero.

 

Il nome di Fausto Gullo lo si ritrova nei momenti decisivi, come quando si davano direttive per la formazione dei Comitati di liberazione nazionali in ogni paesino del cosentino. E’ sicuramente lui il vero leader che stava dietro al pugno di uomini (incluso mio padre) che condussero questa impresa gigantesca di tener testa e condurre un movimento complesso e contraddittorio come lo erano l’insieme delle neonate formazioni politiche di allora che avevano il loro motore di governo nei CLN. Vi invito ad andare sull’archivio Luce e guardare le immagini dei suoi discorsi, i suoi modi e quella sua voce inconfondibilmente gentile e sottile..

 

Insomma se al nord facevano la guerra noi qui stavamo costruendo le basi del nuovo stato, il modello da presentare agli alleati, la dimostrazione al mondo che c’era un’Italia che non era stata a guardare mentre il fascismo eliminava le libertà fondamentali e la democrazia.

I ministri di allora dovevano dimostrare che c’era un Italia pronta a reagire e ad organizzarsi. E questa capacità arrivò a preoccupare alle stesse forze alleate che in alcuni casi reagirono bruscamente contro alcune forme di protesta come nel caso degli arresti in Sila verso gli operai che lavoravano ai cantieri per tagliare gli alberi come bottino di guerra.

 

Io spero di aver suscitato interesse e voglia di far domande e porsi interrogativi. Il mio archivio è a disposizione di tutti gli studiosi. Per adesso, solo dietro appuntamento, purtroppo compatibilmente con i miei orari di lavoro. Ma io spero in futuro che possa andare in porto un progetto (che valorizzi oltre al Fondo anche i luoghi dove si rifugiò Pietro Ingrao) che possa far rendere di migliore fruizione il mio archivio.

Vi chiedo solo una cortesia a chiunque voglia consultarlo di portarsi una macchina fotografica digitale, di riprodurre il documento che si vuole consultare e di lasciarne copia (il costo di questa procedura è zero) in questo modo si permetterà piano piano di digitalizzare l’intero archivio che sarà poi messo in rete per una migliore e più consona consultazione da parte di tutti oltre che una più accorta conservazione dei documenti originali.

domenica 30 dicembre 2007

Le cupe o i castagni secolari

"Quasta lettera non è stata pubblicata"
Sono davvero felice che la Gazzetta del Sud promuova e valorizzi attraverso una lunga serie di articoli i nostri meravigliosi castagni presilani. Fino a ieri le iniziative in questo senso a Marzi , in questi giorni si è aggiunto altro castagno secolare a Carpanzano. Sono originario di Pedace e anche in quel territorio sono molti i castagni di grandezza eccezionale. In dialetto pedacese questi grandi alberi centenari li chiamiamo "cupe". Molti sono stati innestati in epoche remotissime e presentano un enorme e particolarissimo bozzo ingrossato all'altezza dell'innesto, altri sono addirittura in fila. La montagna che si presenta di fronte al paese di Pedace è ricca di questi esemplari, credo, pari a quanti ce ne sono a Marzi, o a Carpanzano, ma ritengo che castagni similari ce ne siano anche nella Presila catanzarese (Decollatura, Soveria, Tiriolo, ecc), o nel territorio di Acri, ad Aprigliano e in tutto il resto della Presila. Bene hanno fatto gli amministratori di Marzi e della Comunità Montana del Savuto a proporre, innanzitutto, un censimento di questi giganti e altrettanto bene ha fatto Pippo Callipo a sostenere la promozione diquesto nostro bene.
Mi permetto solo di aggiungere una osservazione: oltre ai castagni quello che va tutelato, ma soprattutto identificato è il "paesaggio Presilano" nell'ambito della legge regionale sul paesaggio. Intendendo per paesaggio non solo il "panorama" ma la Storia dei luoghi. Questi castagni sono il simbolo più evidente di questo nostro paesaggio, non originario, ma adattato da epoche remotissime alle esigenze economiche degli uomini perciò parte integrante della nostra Storia e delle nostre tradizioni. Insomma, non solo importantissime rarità botaniche, ma qualcosa di più profondo: rappresentano la Cultura delle genti della Presila. Altri popoli, con altre sensibilità, hanno notato questi alberi già due secoli fa. In alcuni quadri di pittori Francesi dell'ottocento (forse al seguito delle armate di Napoleone) si vedono spuntare i briganti da quelle "cupe".

La fiction su Rino Gaetano

A “Il Quotidiano della Calabria” (che non ha pubblicato)
Anch’io sono rimasto colpito negativamente dalla fiction su Rino Gaetano. La più bella delle sue poesie/canzoni, ignorata dall’autore della fiction e citata da Vito Teti sabato su Il Quotidiano: A me piace il Sud, ci regala l’intensità di un paesaggio bello e struggente e una strofa ripetuta che parla anche del film: “ma come fare non so, sì devo dirlo ma a chi, se mai qualcuno capirà, sarà senz’altro un altro come me”. Colui che doveva capire quel paesaggio, quella canzone e quella bellezza non è stato il regista o autore della fiction, non è stato “un altro come me”.
Queste frasi poetiche rappresentano, la voglia d’impegno, l’angoscia di non vedere soggetti politici che riuscissero a interpretare e capire tanta bellezza e tanto bisogno di “conservare”, di proteggere, di valorizzare il nostro mondo e i nostri paesaggi.
Volevo scrivere di questa canzone e delle suggestioni che crea quando Renato Nicolini e il sociologo Osvaldo Pieroni hanno redatto la legge sul paesaggio e ragionare delle responsabilità che Rino Gaetano metteva sulle loro spalle. Anche quando scellerati, potenti e ricchi volevano costruire un grande Acqua Park alla foce del Neto, proprio tra i suoi/nostri “fichi d’india e le spine dei cardi” Rino Gaetano e la sua canzone erano una risposta autorevole e profonda che avrei voluto dare.
Rino, come tutti noi in quegli anni di piombo, aveva bene in testa la dimensione della politica e dell’impegno nel sociale e non trovava, come tutti noi, quel soggetto (soprattutto politico) capace di capire la complessità della nostra generazione, di ciò che era bello, di quello che andava buttato via e di quello che andava salvaguardato del nostro personale background e del mondo che abbiamo vissuto e che inesorabilmente scompariva.
La canzone parla di quello struggimento e di quanto Rino fosse profondamente calabrese, esprime quel “richiamo della foresta” che anch’io come tanti calabresi o migranti meridionali di tutto il mondo, abbiamo sentito. Come quando dovevo scegliere se continuare a vivere a Firenze (“la città più bella del mondo” per dirla citando il film dei Taviani) o ritornare a vivere, peggio, ma nella complessità e bellezza di questa terra.
La fiction forse lascia intuire il suo bisogno di impegno, soprattutto politico, che non ha soddisfatto. Ma, ha ragione Teti, lascia sospeso nel nulla il legame di Rino con la comunità che lui sentiva come propria e che ha ispirato alcune delle sue canzoni più belle.
Per concludere e ripetermi . Rino, con la strofa citata prima, ci chiede uno sforzo interpretativo, ci implora di capire e di conservare, ci incita a riconoscere il bello, ci spinge ad un’azione politica che parte dal bisogno di guardare dentro noi stessi e di valorizzare quello che siamo, nulla di più.
E questo il film non l’ha proprio capito. Peppino Curcio

sabato 29 dicembre 2007

Riflessioni sulla brigantessa Maria Oliverio dopo aver letto gli atti del processo

Sono Maria Oliverio, fu Biaggio di anni 21. Nata e domiciliata a Casole, Cosenza, vedova, senza prole, di Pietro Monaco. tessitrice, cattolica, illetterata. Sono stata carcerata una volta a Celico nella primavera del 1862 per costringere il mio marito a costituirsi essendo soldato sbandato del cessato governo e latitante, ma ne uscì senza essere condannata dopo un mese dall’arresto.
Si fa noto che si è qui presentata vestita da uomo indossando gilè di panno a colore, giacca e pantaloni di panno nero ed il capo avvolto in un fazzoletto.”
Così annota con scrupolo l’ufficiale istruttore del Tribunale Militare di Guerra a Catanzaro il 16 febbraio del 1864. La descrizione, apparentemente superflua, dell’abbigliamento della brigantessa fa venire i brividi. “Giacca e pantaloni di panno nero”, come una divisa di un esercito senza bandiere.
Maria Oliverio ha trentadue capi di imputazione terribili: il peggiore, quello di aver ucciso la propria sorella, e poi gli altri: omicidi, banda armata, sequestri di persone, grassazioni, furti, stragi di animali domestici, incendi, tentati omicidi, ma nel processo ha finalmente lei la parola e dice le sue verità e le molte leggende sul suo conto svaniscono. Appare un’altra storia, più umana, ma anche più sconcertante.
I testimoni del delitto della sorella erano tutti residenti a Macchia di Spezzano Piccolo (località limitrofa a Casole Bruzio), il luogo dove ella risiedeva insieme al marito. Dalle amiche ai parenti del marito; dalle popolane ai benestanti Pasquale Tricarico, Lorenzo Gullo e Alfonso Gullo (parenti del futuro costituzionalista Fausto Gullo e loro vicini di casa). Erano stati chiamati a deporre e tutti descrivono Maria Oliverio come una donna gentile, pronta al sorriso, buona, di indole pacifica e abituata a soffrire, tacendo, per un matrimonio infelice. L’accostano sempre alla sorella uccisa, di carattere opposto al suo.
Anche il nomignolo “Ciccilla”, si dissolve e nessuno lo pronuncia durante il processo. Forse, quel nome le fu dato dopo per rendere la sua vicenda più “allettante” ai lettori dei giornali di allora. Nel corso del processo i nomignoli di molti altri briganti vengono, invece, sottolineati: Cacciafrittule, Scarpaseggia, Portella, Buccina, ecc.. Sulla storia di Maria Oliverio il giornalista Luigi Stocchi scrisse una poesia nel 1865 e nel 1872 un’opera teatrale che ci danno, forse per la prima volta, notizia di quel nomignolo. Infatti nemmeno Nicola Misasi lo usa nel racconto dedicato alla brigantessa nel suo volume La Magna Sila.
Ci rammenta innanzitutto del suo arresto ingiustificato: entra in carcere innocente ed esce dal carcere innocente (non c'è uno straccio di documento su questo arresto, mentre ci sono mille burocratiche informazioni sulla sua nascita, sulla sua residenza). Poi ci avverte che il marito era latitante dell'esercito del passato governo, sta parlando del governo borbonico, come se il governo allora in carifa fosse un altro governo, succeduto al primo e dello stesso Regno. Come se nulla fosse cambiato e come se il marito non avesse combattuto con Garibaldi per quel nuovo Regno che aveva di fronte.
Ella racconta come vivesse nella paura del marito durante la sua latitanza e prima di diventare brigante: i testimoni a tal proposito confermano e parlano di sevizie e di percosse ai suoi danni e poi descrivono Teresa quella sorella “cattiva” che continuava la sua tresca con Pietro Monaco prima e dopo il suo matrimonio, nonostante fosse sposata, nonostante ci fossero tre bambini avuti da un altro matrimonio.
Poi Fumel, quel generale crudele (solo il benestante Tricarico pronuncia quel nome nella sua deposizione, nessun altro, nemmeno Maria Oliverio) che aveva il suo quartier generale a due passi da Macchia, a Celico, la rinchiude nelle carceri del Convento di San Domenico (oggi di quel convento non restano che un tratto di muro e dei sotterranei) insieme alla sorella, col solo scopo di far costituire il brigante. O forse, conoscendo le dicerie che si dicevano sul conto di quella famiglia, ha scientemente innescato la miccia della gelosia e della rivalità tra le due donne. Maria Oliverio ci racconta che la notte successiva al suo rilascio Pietro Monaco volle incontrarla nella campagna circostante il paese, ma che questi, appena la scorge, tenta inspiegabilmente di ucciderla senza riuscirci e che per scampare alle ire del marito non dorme nella sua casa, ma si rifugia dalla sorella (e su questo punto, forse il racconto di Nicola Misasi si fa veritiero). E proprio lì scopre dalla bocca della germana le motivazioni di quel gesto: Teresa l’accusa di aver tradito il marito con i militari del carcere di Celico e di aver riferito a Pietro questa calunnia. Durante la notte litigano furiosamente e Maria ha la meglio: Teresa venne uccisa con 40 accettate.
Lascia senza parole la deposizione del figlioletto della vittima, di soli 9 anni, testimone oculare dell’omicidio.
Maria Oliverio ha parole di odio verso l’omicida del marito, suo migliore amico prima di tradirlo e ucciderlo, e lo accusa di diversi atti delittuosi compiuti insieme al marito.
Ci racconta di legami con gli agenti borbonici, di collegamenti con altri briganti di altre zone del cosentino, in particolare con Straface (alias Palma), ma anche coi Briganti della Sila Catanzarese Torchia di Decollatura e Pietro Bianco di Colosimi incontrati durante la latitanza nelle foreste del Gariglione.
Nella deposizione, da piccoli particolari si intuisce la sua abilità con il fucile ( “…Io quand’anche fossi munita di fucile a una canna poi a due …”) e anche la sua omertà verso i briganti ancora liberi e attivi (non compaiono mai, ad esempio, i nomi dei briganti Francesco Serra di Trenta o De Luca di Pedace, o di Gennaro Leonetti di Serrapedace che al tempo del processo erano latitanti). I nomi che pronuncia sono quelli che hanno “tradito” o briganti già morti. Ci racconta, con tanto di date, l’adesione alla banda di Palma e poi della volontà del marito di fare una propria banda.
Entra nei dettagli di alcune azioni brigantesche e ci informa di come la latitanza fosse anche costituita da momenti di feste e addirittura ci racconta che, insieme ai briganti incontrati nei boschi di Caccuri, stavano festeggiando il carnevale alla vigilia della sua cattura.
Ci spiega nei particolari dell’uccisione del marito e della stessa pallottola che uccise il marito e ferì lei al braccio. Cerca di “mettere nei guai” Salvatore De Marco denunciando i suoi contatti con alcuni nobili di Acri confermando la tesi che sostiene come un complotto l’uccisione del sequestrato Ferdinando Spezzano di Acri.
Una deposizione che rimette al loro posto molte cose che sembravano inspiegabili. Dalla eroina leggendaria bella, cavallerizza, ardita ne esce fuori una donna prima onesta poi costretta a quella vita da quello che succedeva intorno a lei: Il marito violento, la calunnia della sorella, la perfidia del colonnello Fumel. Una sorta di storia che dimostra esattamente il contrario di quel che, a quel tempo, Cesare Lombroso voleva farci credere. Chissà se il grande scienziato, nei 15 anni successivi, fece una passeggiata da Torino fino alla vicina Fenestrelle, il carcere/lager dove fu rinchiusa per prendere le misure del suo cranio a conferma della sua teoria.